sala 4

L’abbigliamento e l’equipaggiamento del pastore

La quarta sala è dedicata all’arte e al corredo del pastore dove si possono osservare gli abiti tradizionali dei pastori. Gli indumenti principali erano la giacca in pelle di pecora o di capra che serviva per proteggersi dal freddo e dai rovi, i gambali, gli scarponi chiodati e le calzature estive in cuoio, le cosiddette “chiochie”.

Il vestiario, il corredo personale, gli stessi attrezzi da lavoro e i numerosi manufatti relativi al loro equipaggiamento sono il frutto delle abilità artigianali di questi uomini: sulle sagome della ricostruzione sono visibili l’ombrello o “‘mbrelloccie” adoperato per ripararsi dalle intemperie, il bastone o “angine” utilizzato come appoggio nei momenti di riposo o per dirigere le pecore; la mazza chiodata, arma di difesa contro lupi o cani inselvatichiti e al tempo stesso strumento di offesa nelle eventuali risse che avvenivano tra pastori di masserie diverse; la bottiglia di zucca, antichissimo recipiente utilizzato dall’uomo sin dall’età neolitica; la borsetta in pelle per trasportare e tenere al caldo gli agnelli appena nati, durante la transumanza, le racchette da neve e, infine, la “mazzafionne” con la quale il pastore dirigeva il gregge, lanciando le pietre fino a una distanza di cento metri.

Questo oggetto rappresenta un valido esempio di eredità culturale relativa proprio al mondo dei pastori guerrieri italici, i quali, primi alleati fedeli di Roma, costituirono squadre di “frombolieri” affiancando gli arcieri nel lancio offensivo di proiettili di piombo.

Gli animali del pastore

Il bestiame

Accanto agli abiti tradizionali nella sala è possibile osservare la ricostruzione in chiave scenografica di una parte del gregge o mandria, cioè il bestiame che costituiva la “masseria” nel suo complesso. Nel corso dell’800 fino ai primi decenni del secolo scorso, un’azienda di media entità era composta da circa 2000 pecore, 15 cani, 12 cavalli, 4 muli e 10 asini. Il montone, al quale solitamente si attribuiva il nome di “caporale” o “bersagliere”, svolgeva il ruolo di capo mandria, e lo si poteva riconoscere dal campanaccio che portava al collo.

I cani

Il “cane da pecura”, meglio conosciuto come “pastore abruzzese – maremmano”, considerato ancora oggi indispensabile per la custodia del gregge, è un animale di grossa taglia dal folto mantello di pelo bianco, talvolta chiazzato da macchie arancio chiaro, che aveva ed ha ancora oggi il compito della sorveglianza e della difesa dai lupi, dagli orsi, dai cani inselvatichiti e dai ladri di bestiame. Questo suo ruolo è rimarcato da un collare in ferro irto di punte aguzze, detto “vraccale” o “roccale”, a protezione della gola del cane.

I predatori

Il lupo, tuttora presente nella nostra regione, sebbene in quantità minore rispetto al secolo scorso, è sempre stato temuto dai pastori in quanto durante le sue incursioni arrivava a sgozzare, in poco tempo, decine di capi, molti di più di quelli che era in grado di portare via. L’entità del danno risultava chiaramente enorme. L’orso, raccontano i nostri pastori, era tollerato in misura maggiore rispetto al lupo, perché il suo attacco si concludeva con la sottrazione di una sola pecora.


La produzione per l’autoconsumo

L’autosufficienza è stata per millenni il perno dell’economia rurale, basata sulla produzione familiare di tutto quanto potesse occorrere in cibo, vestiario ed oggetti (con l’esclusione della metallurgia, della ceramica e di poco altro). Povertà generalizzata, scarsa economia monetaria, difficoltà della distribuzione commerciale, forte dispersione abitativa su di un territorio difficile, poverissimo di strade e di mezzi di comunicazione, ne erano il motivo.

La pratica e la convenienza economica dell’autoproduzione erano accresciute anche dai particolari ritmi di lavoro imposti dalla natura, caratterizzati da lunghe pause invernali per l’agricoltore, e da continue brevi pause giornaliere per il pastore, durante le soste del gregge per il pascolo. Il perpetuarsi nel tempo dei medesimi bisogni, dettati da un’economia semplice e tanto a lungo immutata, spiega perché certi oggetti e certe tecniche siano rimasti molto simili dalla preistoria ad oggi, con una continuità di produzione che è giunta ininterrotta fin quasi ai giorni nostri.


Le arti del pastore

Nella sala è possibile ammirare anche una sezione dedicata alla lavorazione del legno e alla realizzazione, mediante le tecniche dell’intaglio e dell’incisione, di manufatti relativi al mondo pastorale, riconducibili alla sfera dell’artigianato artistico.

Non bisogna dimenticare che uno degli aspetti caratterizzanti di questa cultura è la quasi assoluta autosufficienza materiale.

Il mondo rurale e pastorale era caratterizzato, essenzialmente, da un’economia basata sulla produzione familiare che dalla natura traeva tutto ciò di cui aveva bisogno: cibo, vestiario ed oggetti con l’esclusione della metallurgia e della ceramica, opera di artigiani. Il territorio montuoso della nostra regione, poverissimo di strade e mezzi di comunicazione e la necessità di un forte risparmio economico, hanno imposto e consolidato questa pratica nel tempo.

scatola da rasoio

Si sono così conservate a lungo primitive tecniche di produzione manuale, rispondenti agli immutati bisogni di una economia semplice. Lo stesso tenore di vita del pastore e gli stessi ritmi lavorativi, scanditi da continue pause giornaliere, chiariscono l’esigenza e il vantaggio di una tale forma economica. Nelle prime vetrine della sala si possono ammirare suppellettili domestiche come i forchettoni da cucina, gli stampi per i dolci e le conocchie per filare la lana: manufatti destinati alle donne, generalmente doni nuziali o di fidanzamento e che presentano motivi decorativi ed iconografici appartenenti alla sfera simbolica femminile come la gallina e la mezzaluna, simboli di fertilità.

Nelle altre vetrine, oltre agli sgabelli da mungitura e ai bottoni, destano curiosità i compassi ed i corni per il trasporto dell’olio, dove spesso viene intagliata l’immagine del lupo. Di pregevole fattura, inoltre, si notano le scatole da rasoio e, in modo particolare, lo specchio da toeletta, dono di nozze realizzato dal pastore Emidio di Guelmo nei primi anni dello scorso secolo.

Tutti manufatti che innalzano idealmente i nostri pastori nella sfera degli artisti, anche se con loro non possono condividere fama e gloria. Fra le attività ricreative dei pastori segnaliamo l’uso di particolari strumenti musicali come la zampogna, la ciaramella o il flauto di Pan, comuni a molte popolazioni pastorali.

Da notare la lettura di poemi epici cavallereschi, le cui storie venivano spesso raccontate nelle pause serali dai più anziani, come si può osservare dai reperti esposti nella sesta vetrina, a confermare l’antica cultura guerriera del popolo abruzzese.