Sala 9

La vite

Naturale proseguimento del percorso attraverso le attività principali dei contadini abruzzesi fin qui tracciato, è costituito dalla sala 9 che illustra gli utensili e i metodi di produzione del vino, attività antichissima che in Abruzzo sembra avere origine in epoca preromana. Fino alla prima metà del ‘900, la coltivazione della vite in Abruzzo aveva soprattutto finalità di produzione per il consumo domestico del vino. Nel XIX secolo veniva prodotta uva di esportazione solo in alcune località a particolare vocazione, come l’alta Valle del Pescara, dove si producevano anche vini speciali: liquorosi o moscati.

Solo negli anni settanta inizierà una vera produzione enologica moderna che porterà alla produzione di vini di qualità tra i quali, oggi, i quattro DOC: il Montepulciano d’Abruzzo, il Cerasuolo, il Bianco Trebbiano e il Controguerra.

La produzione del vino

Nella sala è possibile osservare una serie di oggetti utilizzati durante la prima fase della produzione vinicola: quella della spremitura; l’uva raccolta in canestri veniva pigiata in grandi vasche di legno o pietra, chiamate “mese”. Un tempo, questa operazione veniva fatta a piedi nudi, in seguito sono state introdotte delle pigiatrici, in legno o in ferro. Il mosto ottenuto inizia quindi la fermentazione dando luogo ad un processo di trasformazione degli zuccheri in alcool, che può durare qualche giorno ma anche alcune settimane. Terminata la fermentazione, quello che si può ora chiamare vino novello, viene travasato per eliminare il deposito dal fondo. Il vino viene quindi conservato in botti in legno generalmente di rovere per la fase dell’invecchiamento.

damigiane per la produzione del vino

Il maiale

La seconda metà della sala è dedicata all’economia dell’autosufficienza propria del mondo rurale nella quale ha grande importanza, fin dall’epoca preistorica, l’allevamento del maiale per la sua grande frugalità alimentare e per la possibilità di utilizzarne integralmente tutto il corpo. Il suo cruento sacrificio nel freddo invernale ha conservato, per lungo tempo, un significato di festa rituale. Dopo la scannatura e la rasatura delle setole il corpo veniva appeso ad un gancio di legno a testa in giù sia per facilitare la raccolta del sangue, sia per la sezione di tutte le sue parti. Si tenga presente che persino le ossa e gli scarti venivano utilizzati: se ne poteva ricavare il sapone. Pregiati erano i prosciutti di spalla e di coscia, ma anche le salsicce realizzate con la macchina speciale esposta sotto il tavolaccio.

cesti di fichi posti ad essiccare

L’economia della famiglia rurale

L’economia della famiglia rurale, fino a quando si è retta sull’autoproduzione delle risorse alimentari, ha richiesto numerose operazioni: l’essiccamento, l’affumicatura, la salatura, la marinatura, la messa sott’olio e sott’aceto, ecc. Si costituivano così preziose scorte che erano anche oggetto di scambio o di dono, la cui preparazione favoriva periodiche associazioni di ritrovo tra famiglie vicine. Spesso alcuni particolari accorgimenti tecnici per la conservazione dei vari alimenti, proprio come accadeva per le ricette di cucina, si tramandavano da madre in figlia, come piccoli segreti. Per questa attività, molti erano i contenitori, esposti in una delle vetrine, che erano utilizzati per le conserve costituite principalmente da marmellate, legumi, lardo, alimenti sott’olio e sanguinaccio.

In tutte le case erano poi presenti i mortai: grandi recipienti in pietra o in legno muniti di pestello ed utilizzati per polverizzare spezie, come peperoni o erbe aromatiche, mandorle o noci utilizzate in particolare per la produzione di dolci. Una delle conserve più diffuse nel mondo agricolo era infine quella dei pomodori passati in appositi setacci e ridotti in polpa per il sugo o fatti essiccare al sole e usati come condimento.