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Lavorazione delle fibre tessili

La lavorazione delle fibre tessili è stata un’attività essenzialmente femminile e domestica, destinata in prevalenza all’autoconsumo, anche se, per la lana, si sono avuti nel passato importanti centri di manifattura artigianale, con prodotti destinati al commercio.

Il ciclo del lino: semina, raccolta, estrazione dei semi

Diffusa fino agli anni ’50, la coltivazione del lino è andata scomparendo con l’aumento del mercato di tessuti industriali. Il ciclo produttivo, visibile nelle foto sulle vetrine della sala, interessava l’intero arco dell’anno: nella tarda primavera si raccoglievano le piante seminate a settembre; in estate, dopo la raccolta, si procedeva all’estrazione della fibra; durante l’inverno, quando le attività agricole erano ridotte al minimo, ci si dedicava alla filatura ed alla tessitura.

La manodopera era fornita esclusivamente dai componenti del nucleo familiare: fondamentale era la partecipazione degli uomini ai quali spettava la semina, mentre tutte le fasi successive erano di stretta competenza femminile. Quando il lino era ben asciutto, si provvedeva all’estrazione dei semi mediante battitura e setacciatura. I semi venivano utilizzati per la preparazione di decotti e cataplasmi e per la produzione di olio di lino. I semi più grandi, fatti asciugare al sole, si riponevano in sacchi e si utilizzavano per la semina dell’anno successivo.

Estrazione della fibra: macerazione, gramolatura e pettinatura

Una volta che gli steli erano privati dei semi, iniziava il vero e proprio processo di estrazione della fibra, quando i fasci venivano portati al fiume per la macerazione. Il lino era pronto quando, spezzando uno stelo, si vedeva che la parte esterna legnosa si distaccava facilmente da quella interna fibrosa. La battitura, o gramolatura degli steli ormai asciutti, liberava la fibra dalla corteccia legnosa. Lo strumento usato era “lu trocche” esposto nella sala e costituito da due massicce travi di legno unite ad un’estremità che fungeva da fulcro. Poi si procedeva alla pettinatura con la “ràscele”, che si osserva in una vetrina, che serviva ad eliminare gli ultimi residui legnosi e a separare la parte più raffinata da quella più grezza, selezionando le fibre più sottili e lunghe. Dopo la terza pettinatura, la fibra di lino risultava molto morbida e pronta per essere filata.

Filatura e incannellatura

La filatura consisteva nell’attorcigliamento della fibra stessa fino ad ottenere un filo il più possibile sottile e robusto, che sarebbe servito per la confezione di tele raffinate da corredo. La tecnica di filatura più antica era quella eseguita con la conocchia e il fuso; in seguito, al fuso azionato a mano è subentrato il filatoio, “lu felarelle”.

L’orditura

Prima di tessere, bisognava ordire la tela. L’orditura si sviluppava in due momenti: la preparazione dell’ordito e la sua sistemazione sul telaio. Per la preparazione si usava il portaspole, “l’urditore”. Per la fase successiva, cioè per tendere l’ordito sul telaio, erano necessarie più persone: si fissavano i fili al subbio dell’ordito, poi si facevano passare ad uno ad uno attraverso i licci e si avvolgevano ben tesi all’altro subbio. Per lavorare al telaio, erano necessarie doti che si acquistavano con l’esperienza: la precisione nell’eseguire i disegni della trama e la resistenza fisica, indispensabile per azionare il telaio e restarvi sedute per ore.

Il telaio e la tessitura

Fino a pochi decenni fa, quasi ogni famiglia possedeva un telaio che veniva tramandato da una generazione all’altra. Il telaio non si costruiva mai in casa, ma si commissionava ad un falegname, solitamente in legno di quercia. Il telaio abruzzese, era formato da due massicci cavalletti sui quali erano fissati due assi verticali che reggevano due piccole travi longitudinali; su queste poggiavano le aste di legno trasversali che portavano i licci e il battente con il pettine. Man mano che si tesseva, la trama veniva stretta ed infittita con dei colpi di pettine, come si osserva dalla ricostruzione. L’abilità maggiore della tessitrice consisteva nel muovere nel giusto ordine i pedali, seguendo uno schema che era fissato solo nella sua memoria.

Le tele

La più semplice da realizzare era la tela “schietta”, tela liscia adatta per lenzuola e fazzoletti; leggermente più elaborati erano i tessuti adoperati per tovaglie e asciugamani: dove si ottenevano trame con disegno ad “L”, a piccoli rombi o a quadrati con cornici ottagonali, a scacchi e a spina di pesce.

La lana

Nell’Abruzzo montano, l’arte della lana ha conosciuto una stagione molto favorevole, sia come attività domestica che come mestiere con finalità commerciali, grazie anche alla consistente produzione locale di fibra grezza connessa con l’intenso allevamento ovino. La lavorazione domestica dei tessuti in lana serviva per l’arredo della casa, ma anche per l’abbigliamento. L’intero ciclo di trasformazione della fibra in filato e tessuto costituiva un settore non trascurabile delle competenze femminili nel quadro delle attività produttive di ogni famiglia.

Accanto a questo filone di carattere domestico, va segnalata la presenza di centri di manifattura laniera che hanno contrassegnato la tradizione artigiana dell’intera regione, sia per la qualità tecnica che, in alcuni casi, per le particolarità decorative delle loro produzioni. Prestigiosa è la tradizione di alcuni centri in questo settore, quali Sulmona, Scanno, Castel di Sangro, Castel del Monte, Pescocostanzo.

Tra i motivi decorativi ricorrenti, nei quali si fondono elementi locali con soggetti aulici ed altri di matrice orientale, vi è la suddivisione dell’intero tessuto in rombi contenenti vari tipi di figure stilizzate, come vasi di fiori, alberi della vita, fontane d’amore, animali e figure umane. Nella sala si possono ammirare alcuni esemplari di coperte e tappeti abruzzesi sia nelle vele sul soffitto che nelle due vetrine vicino all’uscita.

Dalla metà circa del secolo scorso, con il decadere dell’industria armentizia e con l’irruzione sul mercato delle lane estere e dei più economici tessuti industriali, l’intensa attività artigianale dei secoli precedenti ha progressivamente ceduto il passo ad una produzione molto più limitata, con l’uso di telai meccanici, presente ancor oggi in alcuni centri dell’Aquilano. Il più noto è Taranta Peligna, località in cui si ha notizia della presenza di tintorie e gualchière per la follatura dei tessuti già nel XIII secolo. In questo centro è molto nota la produzione di coperte e tappeti in lana, che hanno avuto particolare successo e sono ancora adesso identificate come “coperte abruzzesi” le cosiddette “tarànte”.