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Nella società tradizionale, il matrimonio, dopo la nascita, rappresentava l’evento più importante nel ciclo della vita di una persona: formare una famiglia era fondamentale nella trasmissione di valori culturali. Fin dall’infanzia regole morali e comportamentali esaltavano l’integrità e “l’onore” della futura sposa e della famiglia di provenienza; le donne si abituavano, quindi, a sviluppare atteggiamenti cosiddetti femminili, avvalendosi anche di consuetudini finalizzate a propiziare fecondità e abbondanza.

Le occasioni di incontro e di approccio tra i giovani potevano essere favorite dalla collaborazione nei lavori agricoli o anche dalla partecipazione a festeggiamenti vari ed a pellegrinaggi devozionali. Talvolta la conoscenza tra i due avveniva dopo che erano già stati fatti accordi tra le famiglie. Dalla “promessa” al matrimonio, tra le due famiglie che stringevano il contratto nuziale, veniva osservata tutta una serie di modalità cerimoniali, contrassegnate da festeggiamenti e da doni di ornamenti preziosi. La prima visita dello sposo aveva lo scopo di raggiungere gli accordi sul matrimonio, sia economici in merito alla dote, che organizzativi in merito alla festa.

Nella sala, accanto all’abito tradizionale, si può osservare un esempio di carta dotale che conteneva l’elenco dettagliato degli oggetti che la sposa portava in dote. In quest’occasione la neofidanzata riceveva il primo dono prezioso costituito, generalmente, da un paio di orecchini o da un ciondolo. L’anello, invece, le spettava il giorno del fidanzamento ufficiale, alla “promessa”, e l’evento era festeggiato con un ricevimento di parenti e amici.

Durante la settimana che precedeva il matrimonio, presso la casa della sposa veniva esposto il corredo dotale: nella cassapanca al di sotto dei pannelli si possono osservare gli indumenti tipici che venivano portati in dote. Il corredo, poi, era trasferito nella casa del marito, usando carri o muli bardati a festa: sulla sagoma del cavallo si possono ammirare quattro esempi di basti nuziali.

sala 12 - carta dotale

L’abito nuziale non era bianco, anticamente infatti, questo era il colore riservato ai morti, così come il nero era riservato all’esternazione del lutto. Fino al primo novecento le ragazze di estrazione contadina si sposavano con il costume tradizionale, oppure indossavano abiti appositamente confezionati, ma sempre di colore piuttosto scuro o sui toni del pastello perché dovevano risaltare i gioielli che i suoceri donavano per il matrimonio. I capelli venivano pettinati in lunghe trecce, raccolte e fermate dietro o ai lati del capo, che era sempre coperto con fazzoletti e asciugamani in lino sfrangiato.

Il copricapo era molto importante perché con esso la donna dichiarava il suo stato sociale: nubile, sposata oppure vedova, scegliendo il colore ed annodando il fazzoletto in maniera particolare. In una delle vetrine si può osservare un raro esemplare settecentesco di abito nuziale color rosso, proveniente da Scanno. Proseguendo nella sala, all’interno dei vari scomparti della vetrina più grande si possono ammirare alcuni esemplari di abiti tradizionali.

L’abbigliamento femminile, a parte le sue caratterizzazioni peculiari, era costituito da una serie di elementi fissi, che si riscontravano quasi ovunque: l’ampia gonna, detta “gonnella”, che a volte veniva raddoppiata da una sopra-gonna rimboccata con sopra il grembiule, “mantéra”; la camicia bianca; il corsetto, collegato alle maniche per mezzo di nastri e fettucce colorate. Sotto alla sottana di lino le gambe erano coperte da calzettoni scuri ed i piedi calzavano zoccoli e scarpe scollate, in pezza e cuoio. Durante la cattiva stagione le spalle venivano coperte con lunghi scialli in lana colorata. L’abito quotidiano veniva indossato sempre, anche durante i lavori agricoli, quello festivo, invece, era riservato alle occasioni pubbliche: cerimonie o fiere paesane.

Nelle vetrine che si trovano sulla sinistra, verso l’uscita della sala potete ammirare preziosi esemplari di gioielli abruzzesi. L’ornamento spesso costituiva un complemento estetico-decorativo fondamentale nell’abbigliamento tradizionale. La tecnica prevalente nella lavorazione dei gioielli era la filigrana che consentiva la realizzazione di oggetti molto leggeri con poco oro ma di grande effetto decorativo. Anche la lega era più bassa di quella oggi in uso, avendo una maggiore quantità di rame. I modelli erano spesso ispirati al mondo della natura ed associati ad aspetti simbolici specifici. I globi lavorati a sbalzo, componenti la collana tipica di Pescocostanzo detta la “cannatora”, visibile in una delle vetrine, sono decorati da minuscoli grani saldati sulla superficie. Questa lavorazione ad effetto granulato è chiamata “préscìne”, termine che generalmente indica le bacche spinose, infatti, le spine riprodotte con i granuli sulla collana erano ritenute quali rimedi anti-stregonici.

Senza appartenere alla classe specifica degli amuleti, molti gioielli assolvevano anche a finalità di questo tipo: è il caso, per esempio, delle “sciacquajje”, vistosi orecchini a navicella semilunata e cesellata, con pendagli oscillanti all’interno, visibili a sinistra della stessa vetrina centrale, che le contadine indossavano sempre, perché il tintinnìo dei vari ciondolini preservava dalle influenze negative e dal malocchio. Il corallo, al centro, rappresenta uno dei materiali privilegiati: le madri e le balie se ne ornavano il petto con lunghe collane, allo scopo di favorire una costante produzione di latte.

La maggior parte degli ornamenti veniva destinata all’occasione nuziale: quando il pretendente con i suoi familiari, per la prima volta, si recava in visita in casa della prescelta, la ragazza riceveva in dono un gioiello, spesso la “presentosa”. Questo ciondolo é formato da un medaglione di forma stellare, il cui spazio interno e perimetrale é completato da spiraline in filigrana con uno o due cuori centrali uniti da crescenti lunari o da altri simboli di natura amorosa. Altri doni tipici del fidanzamento erano i gioielli, visibili nella vetrina precedente, decorati con smalti colorati e sigle come “R”, cioè ricordo, “S” spero, “A” amore, noti anche come “oro dell’emigrante”, perché venivano lasciati alla partenza di lui, quale pegno d’amore.

Gli anelli nuziali si scambiavano già il giorno del fidanzamento ufficiale. In Abruzzo, Scanno è l’unico centro che tuttora conserva l’uso dei due modelli tradizionali: il primo consiste in due manine mobili che racchiudono un cuore, detto “manucce”; l’altro è a forma di fascia con il castone decorato da granuli semplici o contornati da filigrana, la “cicerchiata”, più antico del precedente e di probabile origine orientale-bizantina.

Sempre nel giorno del matrimonio venivano indossati grandi orecchini semilunati oppure a navicella traforata detti “circeglie”. In una delle vetrine è inoltre possibile osservare diversi ornamenti, come gli amuleti e gli accessori d’abbigliamento, che venivano realizzati in argento, metallo più economico dell’oro. Alcuni di questi erano ricavati da parti di animali selvatici o da altre sostanze di provenienza marina, come perle, madreperla e corallo.

L’infanzia era considerata un’età critica e delicata; i bambini venivano perciò muniti di ciondolini e medagliette riproducenti immagini sacre, assieme a sonagliere giocattolo, detti “contromalùcchje”, che avevano la funzione di distrarli con il loro strepito rumoroso, allontanando le influenze nefaste. Tra le figurazioni simboliche di questi oggetti vi erano diverse forme: il campanello, il fischietto, oppure sirene, cavalli marini e altri animali fantastici. Il manufatto in metallo prezioso assolveva anche alla funzione di complemento estetico decorativo dell’abbigliamento tradizionale. Nei due centri di Scanno e Pescocostanzo venivano realizzati diverse varietà di accessori in argento, tra cui bottoni vari, spilloni, fibbie e fermagli, “grappe” e “ciappe” per i mantelli. Un’altra categoria comprendeva gli accessori “multifunzionali”, come l’odorino, cioé un piccolo contenitore a boccetta per essenze profumate, oppure il fermaglio passafilo, necessario per il lavoro ai ferri.